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Storia e Memoria

menorahStoria dell'OSE – le grandi date: dall'OZE all'OSE

La storia dell'OSE in 6 date


1912
San Pietroburgo

Fondata nel 1912 a San Pietroburgo per aiutare le popolazioni ebraiche in difficoltà, la Società per la Protezione Sanitaria della popolazione Ebraica andava sotto il nome russo di "Obšestvo Zdravookranenja Evreev", abbreviato come OZE.

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1923
Berlino
L'unione OSE, composta da molteplici sezioni in Europa centrale e nel resto del mondo si stabilisce a Berlino con Albert Einstein come presidente.
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1933
Parigi

Con l'avvento del Nazismo, l'organizzazione trova rifugio in Francia. L'OZE diventa l'Oeuvre de Secours aux Enfants, OSE. L'OSE apre ben presto le prime case di accoglienza nella regione di Parigi per ospitare i bambini ebrei fuggiti dalla Germania e dall'Austria e, poco tempo dopo, gli stessi bambini residenti in Francia.

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1939-1944

Durante la guerra l'OSE gestisce 14 case di accoglienza. Interviene nei campi di prigionia per salvare i bambini che rischiano la deportazione ed apre dei centri medico-sociali per assistere le famiglie ebree bisognose. Nel 1943 crea una rete clandestina che le permette di nascondere tutti i bambini che le sono stati affidati, contribuendo così a salvarne più di 5000.

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1945
La ricostruzione

Dopo la Liberazione, l'OSE è responsabile del futuro di più di 2000 bambini rimasti orfani, 427 dei quali sono superstiti del campo di Buchenwald.

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Anni '60 Negli anni 60, l'OSE prosegue la sua missione di accoglienza e di protezione sanitaria delle popolazioni ebraiche in difficoltà, prendendo in carico i bambini esiliati dall'Egitto e dal Nord-Africa e le loro famiglie.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA NASCITA DELL'OSE: 1912 – SAN PIETROBURGO


 

A metà dell'autunno 1912, nella cronaca del giornale russo "Novoe Vremja" pubblicato a San Pietroburgo, compariva un breve inserto nel quale si comunicava che il ministro degli Interni aveva autorizzato il contrammiraglio S. A. Koyfman (futuro presidente) e l'avvocato G. A. Goldberg (vice-presidente) a fondare e dirigere una società che avesse il fine di «proteggere la salute della popolazione ebraica in Russia».

 

Così nacque l'organizzazione sanitaria delle popolazioni ebraiche bisognose "Obšestvo Zdravookranenja Evreiskavo Naselenije Rossij", abbreviato nella sigla OZE (stante per Obšestvo Zdravookranenja Evreev): si tratta di un abile compromesso tra coloro che volevano limitarsi alla Russia e coloro che avevano una visione più ampia riguardante l'insieme del popolo ebraico.

 

(Alla direzione centrale si trovano il dottor Gran, futuro professore d'igiene e di sanità pubblica all'università di Samara, il dottor Binštok, celebre per le sue statistiche concernenti la demografia ebraica, il dottor M. Švartsman, ideologo dell'OSE e il primo ad aver messo per iscritto in modo scientifico il programma dell'associazione ed, infine, il dottor Katzenelson, celebre per le sue ricerche sul Talmud e la Bibbia e per le opere redatte con lo pseudonimo di Buki Ben Yigli.)

 

Questa inattesa autorizzazione sopraggiunge in un periodo di disgregazione dell'Impero (Quarta Duma, 1912) e di relativa liberalizzazione dopo i pogrom controrivoluzionari e "patriottici" del 1905 e la violenta campagna antisemita scatenata dal caso Beilis (un ebreo accusato di omicidio e successivamente assolto).

 

La situazione degli ebrei nell'Impero: sterminio, emigrazione, assimilazione.

La politica degli zar ha sempre oscillato tra una uniformazione forzata della russificazione degli allogeni e un margine di manovra lasciato all'amministrazione autonoma locale o comunitaria. Riguardo gli ebrei, sempre più numerosi dopo la spartizione della Polonia, questa politica si somma alla volontà di confinarli in una zona di residenza delimitata. Grazie alle riforme liberali di Alessandro II, sono autorizzati a stabilirsi ovunque vogliano in Russia mercanti della prima gilda, negozianti e diplomati dell'insegnamento superiore. Alcuni artigiani possono girare in tutto l'Impero, ma solo se muniti di certificati di competenza e di buona condotta e a condizione che vendano solo prodotti da loro stessi fabbricati. La scelta del luogo di residenza è inoltre largamente concessa ai soldati arruolati a forza per un servizio di venticinque anni (cantonisti).

 

Una vera e propria rivoluzione: l'attuazione di un sistema sanitario moderno.

Contrariamente ai tradizionali organismi caritativi, l'OZE ha fin da subito la visione globale di una politica di protezione sociale. Essa si iscrive in una corrente di pensiero igienista dell'intelligenzia ebraica russa promossa da medici illuminati, spesso anche assimilati o sionisti, legati all'ospedale israelitico. Liberali, se non addirittura rivoluzionari, accoglieranno con speranza la caduta dello zar.

 

Soccorrere e curare le popolazioni ebraiche, guarire determinando con precisione la causa di una malattia, evitare le epidemie attraverso la diffusione massiccia delle norme igieniche, prevenire agendo sulla salute dei bambini e dei giovani: è la particolarità di questa organizzazione per la quale l'igiene è un mezzo di "rigenerazione".

 

È in questo contesto che vengono creati centri di protezione infantile per la madre ed il bambino chiamati gocce di latte, centri sportivi e programmi di formazione di medici pediatri per consultazioni specialistiche.

 

1914: l'assistenza ai profughi

L'OZE estende molto rapidamente la sua azione in tutte le zone di residenza, ma la Prima guerra mondiale la obbliga a rivedere le sue priorità, dedicandosi ai feriti. Poi, a partire dal luglio 1914 e soprattutto con la ritirata russa del 1915 e il pogrom di Minsk che le succede, organizza l'evacuazione forzata della popolazione ebraica, in particolare quella del ducato di Curlandia (Kurland) e della regione di Kovno, sospettata di avere simpatie filo-tedesche.

 

Centinaia di migliaia di persone cacciate dalle loro case, erranti sulle strade senza cibo, riparo o cure di prima necessità, alla mercé della terribile armata zarista, si riversano nelle regioni interne della Russia.

Squadre sanitarie si mobilitano sotto forma di «colonne mobili al seguito dei profughi», nonostante un decreto delle autorità militari che vietava ai medici ebrei di raggiungerli.

 

In grandi città quali San Pietroburgo, Smolensk, Minsk, ma anche a Vitebsk, dei Comitati di Soccorso permettono la creazione di mense popolari, gocce di latte, strutture di quarantena per i malati contagiosi, bagni pubblici, centri di disinfezione, ecc.

Tra il 1914 e il 1917, il lavoro dell'OZE diventa sempre più difficile da gestire a causa dei disordini crescenti all'interno del paese.

 

L'OZE nel 1917: tra guerra e rivoluzione.

Dal primo anno della rivoluzione, l'OZE ha attuato un'importante azione di sostegno e aiuto ai bambini. Infatti, nell'estate 1917 dirige 13 colonie per bambini, ospitandone più di 2500 e 40 colonie giornaliere destinate ad accoglierne 15 000.

L'acquisizione dei diritti civili, politici e nazionali da parte degli ebrei nell'aprile 1917 permette all'OZE di raddoppiare la propria attività. Il 22 aprile 1917 fu organizzata a Pietrogrado una conferenza cui parteciparono medici e delegati di varie città (Mosca, Kiev, Nijni-Novgorod, Minsk, Samara, Melitopol, Vitebsk, Polotsk, Krementšug, Kharkov, Oriol, ecc.).

 

Le autorità sovietiche non manifestano nessuna velleità di liquidazione delle organizzazioni ebraiche fino al 1918, data in cui fu creato su loro ordine un Commissariato Ebraico diretto dal vecchio bolscevico Dimansteyn, che aveva malgrado tutto serbato una coscienza della propria identità ebraica e una volontà di impegnarsi attivamente in campo comunitario.

 

Ma, nel 1919, un decreto firmato dal Commissario del Commissariato ebraico e del Commissario del Popolo Stalin vieta l'esistenza di qualsiasi comunità sul suolo sovietico. Le comunità ebraiche vengono sciolte con tutti i loro organismi.

 

Organizzazioni come l'OZE, l'ORT e l'EKOPO (Comitato ebraico di soccorso alle vittime della guerra) possono proseguire la loro azione fino al 1922, anno in cui saranno nazionalizzate (soppresse?) dai bolscevichi.

Prima di lasciare la Russia, l'OSE interviene in occasione dei pogrom in Bielorussia nel luglio 1921, considerando la lotta contro gli eccessi antisemiti come una delle sue priorità assolute.

 

L'associazione fornisce cibo, vestiti e medicine attraverso una unità di aiuti immediati inviata appositamente presso gli ebrei bielorussi. Una colonia mobile si incarica di accogliere i bambini vittime dei pogrom e di sistemarli in due case per i bambini site nella provincia di Minsk, a Ojezd.

 

I dirigenti fanno allora tutto il possibile per trasportare le fondamenta della loro organizzazione in Europa centrale ed orientale. Due filiali con proprie istituzioni sanitarie vengono create in Polonia, Lituania e Lettonia ed in gruppi di regioni quali la Bessarabia e la Bucovina, ma anche a Berlino, Londra e nella città libera di Danzica.

 

Grazie alle relazioni con le comunità ebraiche europee e americane vengono gettate le basi dell'Unione-OSE.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 


1933-1939: L'INSEDIAMENTO A PARIGI

 

L’ufficio centrale di Berlino, sottoposto ai divieti e alle vessazioni del regime nazista si trasferisce a Parigi in rue Léon Frot e poi al più prestigioso n° 92 degli Champs-Èlysées. La Francia non appariva affatto predisposta a divenire un campo d’azione dell’OSE, né per la situazione sanitaria della popolazione ebraica, né per il suo stato sociale e giuridico. D’altronde, la marea di rifugiati provenienti dalla Germania poneva problemi inediti.

 

Alla fine dell’agosto 1933, l’Unione-OSE viene registrata legalmente presso la Prefettura di polizia  di Parigi, ma la sezione francese sarà riconosciuta ufficialmente soltanto nel 1935. Lazare Gurvic rimane segretario generale, mentre ne è il primo presidente Alexandre Besredka.

 

L’organizzazione può continuare il lavoro internazionale ed impiantarsi nei quartieri ebraici nei quali risiedeva la grande moltitudine dei rifugiati. Grazie ad un’intensa campagna, alla fine del 1934, l’OSE può aprire la sua prima colonia di vacanze nella Varenne e il suo primo dispensario.

 

Il progetto di un centro neuro-psichiatrico per bambini con handicap mentali è più ambizioso. Fonda un patronato di osservazione diretto dal dottor Polinow (morto durante la deportazione) per i figli di ebrei immigrati che hanno subito gravi traumi prima del loro arrivo in Francia. Infine si incarica di aiutare i medici perseguitati, in particolare ebrei tedeschi, instaurando un servizio speciale di reinserimento professionale in associazione con la lega mondiale dei medici ebrei fondata nel 1936.

 

Nella variante francese, l’OSE sceglie di conservare le iniziali del nome russo e diventa «l’Oeuvre de Secours aux Enfants» [Opera di aiuto ai bambini]. Infatti, ben presto i suoi interventi riguarderanno l’assistenza ai bambini ebrei dalla Germania e poi dall’Austria, per i quali vengono create le prime case a Montmorency e dintorni dirette da Ernest Papaniek. Questi giovani ebrei tedeschi che arrivano a Strasburgo senza documenti e sempre più numerosi dopo la Notte dei Cristalli del 1938, vengono presi in carico da Andrée Salomon, giovane EIF [movimento scoutistico ebraico in Francia] che proprio in quest’occasione prende contatti con l’OSE di cui poi dirigerà il servizio sociale fino al ‘47. Altri provengono dalla famosa nave “le Saint-Louis” che doveva attraccare a Cuba.

 

Un pensionato aperto a Montmorency nel 1936 sotto il patrocinio della baronessa Pierre de Gunzbourg ospita il primo gruppo. Visto l’afflusso dei candidati, nel gennaio del 1939, l’OSE affitta a Montmorency  la villa Helvetia. A maggio, il castello di La Chesnaye ad Eaubonne apre i battenti ai più religiosi che arrivati da soli si ritrovano dispersi presso varie famiglie.

 

L’OSE intrattiene rapporti con il Comitato israelitico per i bambini provenienti dalla Germania e dall’Europa centrale che ottiene, a partire dal 1938, l’autorizzazione a far venire i bambini in pericolo i cui genitori rimangono in Germania, a condizione che la loro sussistenza in Francia sia assicurata fino alla maggiore età. 123 bambini trovano rifugio nel castello di la Guette, di proprietà della baronessa Germaine de Rothschild, a Villeneuve-le Comte. Hanno tutti tra i quattro e i quattordici anni. Evacuati a la Bourboule all’inizio della guerra, vengono affidati all’OSE dal novembre 1941. Sovraccarico, il Comitato si appella alle iniziative individuali. E così, il 3 luglio del ’39, il conte Hubert de Monbrison, segretario generale del Soccorso ai figli dei rifugiati politici, mette a disposizione di un gruppo di 40 ragazzi venuti da Berlino il castello di Quincy-sur-Sénart che ospitava già alcune ragazze russe emigrate nel 1917 e dei giovani spagnoli. Dopo il disastro, parte dei bambini viene affidata all’OSE, come quelli dell’orfanotrofio di Varenne.

 

L’OSE è dunque, prima della guerra, l’unica opera che avesse già un’esperienza di case per i bambini e che vantasse un personale già preparato nel lavoro sociale. Possiede un’intera rete di “homes” che non cessa di estendersi: quattro e poi undici case per 1600 bambini, che arriveranno 25 al momento della Liberazione.


 

 

 

 

 


1939-1944, L’OSE NELLA TEMPESTA: FAR FRONTE E ADATTARSI

 

Dichiarazione di guerra nel settembre 1939: il programma dell’OSE assume un’altra dimensione. Occorre mettere al sicuro i bambini tedeschi ed austriaci divenuti “immigrati nemici”, organizzare l’evacuazione dei bambini dalla regione di Parigi per proteggerli dai bombardamenti e, contemporaneamente, accogliere la marea di rifugiati e definire un’azione sociale basandosi sulla situazione politica del paese.

 

L’evacuazione ha inizio con i più giovani: in treno o in camion, accompagnati dai sorveglianti verso i tre castelli di la Creuse, Chabannes, Chaumont e le Masgelier. Trattenuto da questioni amministrative, un gruppo di adolescenti è costretto a lasciare Parigi a piedi. Era il momento giusto! Il giorno successivo, 11 giugno 1940, la capitale è dichiarata città aperta. Vengono inseriti a Montintin (Alta-Vienna); le ragazze rigorosamente osservanti vanno al Mas-Jambot e poi al Court.

 

Una parte della direzione dell’OSE si trasferisce in zona sud a Vichy e successivamente a Montpellier, mentre altri membri scelgono di rimanere a Parigi.

Integrata all’UGIF (Unione Generale degli Israeliti di Francia) nella 3ª Direzione della sanità, all’inizio del 1942, l’OSE passa con qualche disagio da un lavoro filantropico di assistenza ad un’azione di resistenza. Imposto dalle circostanze, questo passaggio graduale all’illegalità è in gran parte dovuto alla capacità organizzativa ed alla lungimiranza del dottor Joseph Weill.

 

«Salviamo i bambini e disperdiamoli»

Rue des Francs-Bourgeois n° 35: sotto gli occhi della Gestapo, il Comitato OSE presta aiuto alla popolazione ebraica parigina. Accanto al professor Eugène Minkowski, i dottori Falk Walk e Valentine Cremer, la segretaria dell’OSE Hélène Matorine e due volontarie, Simone Kahn e Jeanine Lévy, forniscono cure mediche, vestiti, assistenza legale. Utilizzando la stessa rete di assistenti sociali del Comitato della rue Amelot, a partire dal settembre 1941, l’OSE affida i bambini a balie non ebree.

 

«Salviamo i bambini e disperdiamoli»: dopo il rastrellamento del 16 luglio 1942, la parola d’ordine dettata da  Eugène Minkowski diventa linea di condotta per le opere ebraiche che si preoccupano dei bambini radunati nei centri dell’UGIF. In tal modo, 3650 bambini saranno salvati all’interno della zona occupata, 600 dei quali grazie al circuito dell’OSE.

 

L’OSE in area sud: interventi di ogni genere

Il comitato direttivo del dottor Brutzkus, di Lazare Gurvic, Joseph Millner e Aron Lourié crea un ufficio dell’Unione-OSE che rimarrà indipendente dall’UGIF.

La struttura OSE-France viene integrata nell’UGIF (Unione Generale degli Israeliti di Francia) nella 3ª Direzione della sanità all’inizio del ’42 (lo scioglimento avviene a settembre) con Joseph Millner come Segretario generale. Egli sarà anche membro del consiglio d’amministrazione dell’UGIF fino al marzo del ’42, quando rimane vittima di un decreto di snazionalizzazione.

 

Può contare ufficialmente ed ufficiosamente su 230 impiegati, medici, assistenti sociali, educatori, la maggior parte dei quali vengono reclutati negli ambienti ebraici alsaziani. Queste nuove leve saranno ancora più indispensabili alla fine del ’42, quando l’OSE sarà costretto a fare a meno del suo personale straniero.

 

L’OSE passerà, con varie esitazioni e tensioni interne, da un lavoro filantropico di assistenza ad un’azione di resistenza. Imposto dalle circostanze, dopo il 1943 questo passaggio graduale all’illegalità è in gran parte dovuto alla capacità organizzativa ed alla lungimiranza del dottor Joseph Weill. Inizialmente a Montpellier, la direzione si ritirerà a Vic-sur-Cère e quindi nella zona italiana a Chambéry.

 

L’azione medico-sociale: una vocazione primaria.

Consultazioni mediche, servizio sociale, vestiti, aiuti alimentari: il lavoro non manca nei centri di Marsiglia e Nizza per gli assistenti sociali dell’OSE, spesso reclutati nell’ambito degli EIF [movimento scoutistico ebraico francese] o i medici divenuti disponibili dopo lo statuto dell’ottobre 1940. A Périgueux Bergerac e Terrasson, l’OSE lavora con l’Assistenza sociale israelita alle popolazioni isolate di Alsazia e Lorena. A Tolosa e Pau, le équipe coprono tutti i dipartimenti confinanti spesso in collegamento con il dottor Djigo Hirsch degli EIF. A Lione, capitale della Resistenza, il gruppo del dottor Lanzenberg, di Charles Lederman (fino all’aprile del 1942) ed Elisabeth Hirsch  resta attivo fino alla Liberazione. Tuttavia le irruzioni della Gestapo nel ‘43 e ‘44 saranno responsabili di un gran numero di arresti.

 

Quest’azione medico-sociale si estende ai campi di prigionia, nei quali l’OSE interviene nel contesto giuridico del Comitato di coordinamento di Nîmes che comprende una ventina di associazioni. Il dottor Joseph Weill coordina il lavoro medico, mentre Andrée Salomon istituisce un’associazione di volontarie internate nei campi di Gurs e Rivesaltes. Rendono migliore la vita quotidiana; Jacqueline Lévy-Geneste crea un giardino d’infanzia, Simone Weill-Lipman anima delle attività per adolescenti grazie alla sua esperienza negli scout. Infatti, la ritroveremo a Poulouzat. Ma, principalmente, l’OSE organizza la fuga dei bambini. Sarà questo il lavoro di Vivette Samuel a Rivesaltes e di Ruth Lambert a Gurs.

 

(Seguendo la sua vocazione principale, l’OSE attua un programma di aiuto per i medici ebrei stranieri. 500 medici, sia in zona nord che in zona sud, hanno beneficiato di quest’aiuto per terminare gli studi grazie a delle borse o riconvertirsi.)

 

Già decimata dai rastrellamenti di giugno–luglio 1942, focalizzati sugli ebrei stranieri, la popolazione viene espulsa da alcuni dipartimenti costieri e dalle zone di frontiera. A partire dal novembre del ’42, la caccia agli ebrei si intensifica per l’arrivo dei tedeschi nella zona sud e lo spettro della deportazione inizia ad incombere anche sugli ebrei francesi. Nel ‘43 l’OSE apre i centri di Limoges, Chambéry, Grenoble e Megève. Una parte del personale sarà pronta a scivolare nella clandestinità quando sarà il momento.

 

Salvare i bambini: un’azione imposta dalle circostanze

Quest’operazione ha come cardine le case dei bambini, i cui inquilini aumentano a mano a mano che si realizza l’obbiettivo di far fuggire tutti i bambini dai campi di prigionia (si tratta di un migliaio di bambini, un centinaio dei quali, adolescenti, sono particolarmente a rischio).

 

Dopo aver strappato il permesso ai genitori, bisogna ottenere il certificato di permanenza e provvedere a mettere al sicuro i bambini dopo un periodo di transizione trascorso nella località marittima di Palavas-les-flots per “rimetterli in forze”.

 

I castelli di la Creuse, aperti nel 1939, sono seguiti nel febbraio del ‘40 da altri creati per i più religiosi come quello di Brout-Vernet, nell’Allier, il castello di les Morelles occupato precedentemente dal rabbino Zalman Cneerson e, nel sud, la casa di Boulouris-sur Mer trasferita a   Saint-Raphaël (Villa Mariana). Infine, nel giugno 1940, Montintin accoglie i bambini da Montmorency.

 

I più grandi vengono mandati nei centri rurali degli EIF, in centri di formazione professionale collegati con l’ORT o nel collegio di Limoges creato dall’OSE insieme al nido alla fine del ‘40.

 

Nel 1941, l’OSE crea anche 3 nuove case di rigida osservanza nell’Alta-Vienna, quelle di Couret, del Mas-Jambot e di Poulouzat nel ‘42. Infine, durante i rastrellamenti del ‘42, la colonia di Ussac, nel Corrèze viene trasformata in casa, sotto la direzione di Bô Cohn, per 50 bambini rimasti senza genitori. Un certo numero di bambini viene affidato ad altre opere: la colonia di Crocq (Creuse) che si stabilisce a Chaumont, la casa di Amicizie cristiane di Vic-sur-Cère, un tempo diretta dai Malkine, quella di Espère nel Lot e, infine, la casa di Izieu.

 

Le 14 case per i bambini dirette dall’ OSE sono delle oasi di pace dove, malgrado i numerosi problemi di approvvigionamento ed amministrazione, i bambini sono seguiti secondo un vero e proprio progetto pedagogico diverso per ognuno di loro. Purtroppo, i rastrellamenti nella zona sud le trasformeranno in trappole per topi.

 

Gli arresti dell’agosto 1942

I gendarmi francesi vanno a prelevare gli adolescenti ebrei stranieri a le Masgelier, a Chabannes e, in due fasi, a Montintin. Alcuni vengono condotti ammanettati al campo di Rivesaltes da cui erano stati fatti uscire legalmente con la motivazione del ricongiungimento familiare stabilito da Pierre Laval. Questo vale anche per Charlie Romans, salvato in extremis da Emma Lederer, sorella maggiore di Georges Loinger, educatrice a Chabannes per un breve periodo, che lo conduce a Perpignan in una vettura della Croce Rossa. Alla seconda incursione dei gendarmi , l’OSE era stata avvisata dalla prefettura, fatto che le aveva permesso di limitare i danni grazie alla complicità attiva degli abitanti delle fattorie circostanti.

 

Si tratta, in breve, anche della storia del giovane Robert Hess, bambino di la Guette che finisce a Montintin dopo la chiusura di la Bourboule. Passerà un mese nascosto nel fieno per raggiungere in seguito il nido di Limoges e quindi arrivare in Svizzera.

 

Grazie al lavoro di Serge Klarsfeld che, consultando gli archivi dipartimentali, ha redatto uno scritto importante sulla situazione dell’OSE e dei bambini ebrei nella Creuse e nell’Alta-Vienna, è possibile valutare le responsabilità di ognuno.

 

Rapporti dettagliati sulle attività di ogni casa dei bambini della Creuse, di quelle dell’Alta-Vienna e di tutte le strutture di Limoges (nido, collegio, scuola dell’ORT e piccolo seminario) testimoniano del loro inserimento nelle comunità locali. Esiste persino un rapporto sulla fattoria di Blémont, nel comune di Chaptelat, creata nel ’41 ed indicata come “centro di rieducazione agricola”. Questi rapporti parlano di un’opinione generalmente positiva della popolazione a proposito di questi luoghi con l’eccezione della colonia di Crocq che viene semplicemente tollerata. Infine, il piccolo seminario è oggetto di un’indagine approfondita della polizia per le Questioni ebraiche di Limoges perché sospettato di cospirazioni contro la Francia. In quest’occasione, Bô Cohn che effettuava i corsi di educazione religiosa dattiloscritti nel collegio di Limoges, viene accusato di propaganda contro il governo. Viene arrestato, messo in un luogo sotto sorveglianza e poi liberato grazie all’intervento di Joseph Weill.

 

Con le partenze progressive verso gli Stati Uniti, rese possibili dall’azione dei Quaccheri del Joint e dell’American Friends Service Commitee, le case si riempiono di bambini usciti dai campi di Rivesaltes e di Gurs con l’accordo dei prefetti purché non vi fossero adulti e nessuno dei genitori risiedesse nei dintorni dei castelli.

 

L’amministrazione prefettizia era al corrente di ogni movimento dei protagonisti e conosceva la situazione di tutto il personale di ogni casa (carta d’identità, permesso di soggiorno, ecc.) e del numero dei bambini con la loro nazionalità grazie ai rapporti del commissario della polizia speciale.

 

Peraltro, alcune dichiarazioni individuali degli adolescenti di Montintin vengono deposte presso la Sicurezza Nazionale (ufficio n°8) nel febbraio del ’42, una procedura obbligatoria per qualunque straniero arrivato dopo il 1936 e strumento temibile nei rastrellamenti dell’agosto ’42.

 

I più esposti sono gli adolescenti di 15 anni, 77 maschi e 53 femmine, nati prima del 31 dicembre e arrivati in Francia dopo il gennaio 1936. Riguardo gli arresti degli ebrei straneri nella zona sud, negoziati a Parigi e meglio conosciuti  come “accordi Oberg-Bousquet”, i gendarmi vanno a prelevare, il primo settembre 1942, 33 giovani ebrei stranieri da le Masgelier e da Chabannes. Secondo il rapporto della polizia, 11 non sono presenti all’appuntamento e sono scappati senza pertanto suscitare la preoccupazione dei direttori che non ne hanno neppure organizzato le ricerche. In Alta-Vienna sono nel mirino 12 ragazzi di Couret, 11 di Montintin e 5 del nido, 28 in tutto.

 

Stando alle liste redatte dall’OSE nel dopoguerra, 200 bambini sono stati condotti a Rivesaltes e a Nexon, un campo di raccolta nel Limousin. Evidentemente non tutti provenivano dalle case. Una sessantina si è salvata grazie ad interventi sul posto e alla comprensione delle autorità prefettizie. 134 sono stati deportati (di questi, 75 hanno più di 14 anni).

 

Segue il bilancio di Serge Klarsfeld:

«La prefettura dell’Alta-Vienna reagisce immediatamente al telegramma proveniente da Perpignan. Con “umanità” ma comprendendo perfettamente il senso dell’operazione organizzata su richiesta del Ministero degli Interni, il funzionario competente pianifica abilmente l’azione denominata  “raccolta” di bambini da parte della polizia e il loro trasferimento nel campo di Rivesaltes dal quale saranno probabilmente mandati verso il campo di Drancy, insieme ai genitori già internati, e quindi deportati verso est.»

 

Aggiungiamo che, fortunatamente, i bambini di età inferiore ai 16 anni già separati dai genitori, ossia quelli delle case, non vengono toccati poiché le istruzioni di Bousquet ai prefetti della zona libera stabiliscono «che i bambini dai 2 ai 16 anni i cui genitori possono essere consegnati ai tedeschi devono essere arrestati insieme a loro», da cui si deduce quale fosse la posta in gioco della “notte di Venissieux”, 26 agosto 1942, quando 108 bambini vengono strappati alle braccia dei genitori e salvati dalla deportazione grazie alle opere ebraiche e dalle Amicizie cristiane.

 

A questa nota di ottimismo fa da contrappunto il bilancio totale dei rastrellamenti della zona sud: 12 608 persone deportate dai francesi della zona libera, di cui 446 nella regione di Limoges.

 

A parte questo rastrellamento, che ha enormemente destabilizzato i bambini, le case non subiscono altre minacce. Né la polizia francese, né la milizia, né i tedeschi vi sono più venuti e la colonia di Crocq, a Chaumont, è rimasta attiva fino alla fine della guerra. Soltanto nell’ottobre del ’43, la casa di la Verdière (UGIF) a Marsiglia, nella quali si trovavano bloccati i bambini, e nell’aprile del ’44, quella gestita dal rabbino Chnershon a Voiron ed Izieu, subiscono l’incursione della Gestapo.

 

Il circuito Garel

Dopo la notte di Vénissieux, Joseph Weill chiede a Georges Garel, un ingegnere ebreo francese collegato alla rete Combat, di organizzare un circuito clandestino che consenta di chiudere progressivamente le case. Ci vorrà più di un anno.

 

Georges Garel accetta questa missione a patto che questo suo servizio completamente segreto non abbia più alcun collegamento con la struttura, che i bambini siano dispersi in un ambiente non ebraico e che il personale che li sorveglierà sia non ebreo o “arianizzato”, ossia assistenti sociali ebree con falsi documenti attestanti lo svolgimento di attività legali in istituzioni francesi quali la Croce Rossa o associazioni ispirate a Pétain come il Secours national.

 

Per far partire la sua rete, riceve l’appoggio di monsignor Salièges, arcivescovo di Tolosa e monsignor  Théas, vescovo di Montauban, che gli aprono i conventi della regione. Nel 1943, la rete era divisa in 4 regioni di cui i responsabili erano: Victor Svarc per il centro-est, Robert Ebstein e Fanny Loinger per il sud-est, Edith Scheftel e successivamente Pauline Godefroy per il centro e Solange Zitlenok per il sud-ovest.

 

Fanny Loinger, divenuta poi Stéphanie Laugier, lavorava al servizio sociale dell’infanzia a Grenoble e questo le permette di esaminare, insieme a Robert Epstein, fattorie e conventi nel dipartimento dell’Ardèche. Nel gennaio 1943, quando i passaggi verso la Svizzera erano momentaneamente sospesi, la sua équipe di 4 persone continua a cercare dei nascondigli nei dipartimenti circostanti. In buona sostanza, il lavoro di dispersione dei bambini lontano dalle case viene svolto da una rete di assistenti sociali diretta da Andrée Salomon.

 

A partire dal 1943, Joseph Millner, stando agli archivi dell’UGIF, inizia a tenere una contabilità truccata che doveva permettere di sistemare clandestinamente i bambini. Si fa persino richiamare all’ordine dal presidente dell’UGIF, Raymond-Raoul Lambert, che esige che si mantenga costantemente aggiornato uno schedario ove risulti tutto il personale dei centri medici e delle case.

 

Un servizio di documenti falsi, dapprima artigianale e poi potenziato grazie alla partecipazione della Sesta degli EIF [movimento scoutistico ebraico], un servizio di guardaroba gestito da Germaine Masour e uno di scorta completano l’organizzazione coordinata da Lione dallo stesso Georges Garel. Sarà lui a centralizzare le informazioni e ad assicurare i collegamenti esterni.

 

Alcune assistenti sociali contattano i comuni e le varie amministrazioni per avere dei timbri e trasportano i bambini nei loro nuovi nascondigli; altre si occupano della fase successiva, percorrendo la Francia in bicicletta per visitarli e pagare le sorveglianti. Sono poco più grandi di loro e in molte hanno sfidato i pericoli ed i controlli d’identità per nasconderli e salvarli.

 

Charlotte Rosebaum-Helman lavorava con Andrée Salomon dal 1942 a Rivesaltes e poi nel Lot come assistente sociale; segue le famiglie ebree che lasciano Limoges e si rifugiano in Corrèze, mettendo al riparo i bambini nella regione. Viene catturata dai partigiani dell’FTP a causa del suo accento, quindi dalla milizia nel 1944 a Limoges. Era in compagnia di Simone Weill-Lipman che era arrivata da Châteauroux in bicicletta (100 km) e usciva da una pasticceria nella quali si potevano comprare dolci senza tessera annonaria. Vengono entrambe fermate da un giovane uomo con l’apparenza di uno studente con un libro sotto al braccio che era in realtà una scatola contenente una pistola. «Siamo andati nel suo appartamento - racconta Simone – che hanno perquisito da cima a fondo, accusandolo di far parte della Resistenza. Io non ero preoccupata, i miei documenti erano in ordine, ero assistente del servizio salute di Châteauroux e avevo la divisa blu scuro con la spilla a forma di Croce Rossa. Avevo nascosto nella fodera del mio tailleur dei timbri di comuni e delle liste di bambini che sono riuscita a gettare nel water e dai finestrini. Ritornata a Châteauroux, la mia proprietaria mi ha riferito che “i miei amici di Limoges” erano venuti a trovarmi. Sono andata a nascondermi a Bourges».

 

Charlotte Helman, invece, viene mandata nella prigione di Limoges. Con la complicità di un’infermiera della prigione, si fa strappare senza anestesia due denti in perfetto stato in infermeria e viene quindi aiutata a fuggire grazie all’intervento di Pierre Dreyfus (Dutertre). Viene nuovamente fermata, stavolta dalla Gestapo, alla stazione di Tolosa e riesce ancora una volta a fuggire. Doveva scortare un gruppo verso la Spagna, segue l’esercito inglese in Germania fino a Bergen-Belsen dove rimane come volontaria per assistere le “persone trasferite” fino al 1947.

 

Per il circuito Garel la collaborazione con altre organizzazioni è fondamentale, soprattutto quella con la Sesta [sezione dell’UGIF] e l’MJS [movimento dei giovani socialisti], nel lavoro quotidiano e per il passaggio delle frontiere. Nella regione di Lione e in quella di Chambéry, l’OSE lavora con il movimento nazionale contro il Razzismo e l’Unione degli Ebrei per la Resistenza e la Mutua assistenza (comunista). Infine, vi sono legami stretti con le Amicizie cristiane gestite dall’abate Glasberg e poi da padre Chaillet.

 

Bisogna anche pensare al futuro. Delle liste in codice, contenenti tutti i nomi dei bambini nascosti, vengono spedite clandestinamente al servizio centrale dell’OSE a Ginevra per poter proseguire l’opera di salvataggio in caso di scoperta della rete e ritrovare i bambini dopo la Liberazione.

 

Il passaggio alla clandestinità

L’evacuazione delle case diventa più rapida alla fine del 1943 grazie ad una postazione di manovra fondamentale, il servizio di evacuazione e di smistamento dei bambini con sede a Limoges. Germaine Masour centralizzava le informazioni dei vari settori sulle possibilità di sistemazione, Robert Job e Jacqes Cohn mantenevano i rapporti con i direttori delle case.

 

Una quarantina di bambini torna in Zona Nord, accompagnati da Georges Loinger al castello di la Guette, divenuta una casa del Soccorso nazionale, alla casa di Sèvres diretta dagli Hagenhauer, una coppia di protestanti, oppure nella regione di Loiret.

 

L’arresto di Alain Mossé, dell’ufficio di Chambéry, anziano Capo di gabinetto del Prefetto della Savoia provoca il passaggio alla clandestinità dell’intera impresa nel marzo 1944. Viene dato l’ordine di chiudere immediatamente tutte le case. Secondo la testimonianza del dottor Raymond Lévy, rimanevano ancora cento bambini a Montintin. Vengono portati in salvo in due giorni presso i contadini locali o, i più grandi, nelle sezioni partigiane. «Abbiamo svuotato l’intero castello, bruciato tutto quello che i tedeschi non dovevano vedere. Abbiamo inchiodato la porta e siamo partiti, mia moglie ed io, con lo zaino in spalla.»

 

Ma il lavoro prosegue malgrado gli arresti e i bombardamenti che rendono quasi impossibili gli spostamenti. I collaboratori dell’OSE si riuniscono in dei vagoni-letto affittati in treni che non funzionano più.

 

Le ramificazioni svizzere e spagnole

Tutti questi bambini non possono rimanere in Francia. Per i più a rischio, coloro che non parlano francese, per i più religiosi oppure per coloro i cui tratti fisici sono molto marcati occorre accelerare i passaggi clandestini verso la Svizzera o, eventualmente, verso la Spagna, all’inizio del 1944.

 

Georges Loinger ha il compito delicato di garantire l’avvicinamento e il passaggio della frontiera, di curare i mille dettagli secondari, di rassicurare i bambini. Crea dei contatti con il sindaco di Annegasse, Jean Deffaugt, che accetta di coprire i convogli, organizza l’accoglienza sul posto e cerca i passatori più affidabili. Costruisce una vera e propria catena di passaggi in Svizzera, che esordisce con una partita di palloni.

 

Dietro a tutto c’è Jacques Salon che costituisce i convogli e il loro instradamento verso Lione. È necessario raggruppare i casi più urgenti, procurarsi falsi documenti ecc. Sarà arrestato a Lione nel corso di uno dei suoi numerosi spostamenti così come Julien Samuel.

 

Tenendo conto di tutte le organizzazioni ebraiche, come l’MJS e gli EIF, tra l’altro Georges Loinger ha lavorato con Simon Levitte e soprattutto con Emmanuel Racine, 1100 bambini sono potuti passare in Svizzera (specialmente nei mesi che seguirono le grandi retate e nella primavera del 1944, dopo un’interruzione di 5 mesi).

 

La riuscita di questo sistema dipende anche dai collegamenti con l’esterno, non solo per raccogliere il denaro proveniente dall’AJDC (Unione americana) attraverso la Svizzera o Lisbona, ma per negoziare con le autorità elvetiche le condizioni di accoglienza dei convogli di bambini. Il cuore dell’organizzazione si trova a Ginevra: la direzione dell’Unione-OSE, raggruppata intorno al professor Boris Tšlenov si è pian piano arricchita di alcuni dirigenti venuti dalla Francia: i Gurvic, Joseph Weill, poi Jacques ed Hélène Bloch. Lavorano in collaborazione con il consiglio ecumenico d’aiuto ai rifugiati, il soccorso svizzero ai figli di emigrati ed il congresso ebraico mondiale.

 

Conclusione

L’insediamento delle attività dell’OSE ha seguito la geografia della persecuzione degli ebrei. Una relativa libertà in zona sud fino al novembre 1942 spiega l’ampiezza della sua azione; la Francia centrale è per un certo tempo più accogliente ed isolata delle aree costiere; la zona italiana è sicura fino al settembre 1943, poi subirà gli attacchi congiunti della Milizia e della Gestapo.

 

Contro questo gioco micidiale al gatto col topo, l’OSE dispiega tutte le sue risorse per adattarsi, persuadere ed anticipare gli eventi. Difatti, oltre alle case, più di un migliaio di bambini si trova presso famiglie o istituzioni, sotto la responsabilità dei centri medico-sociali che rimangono aperti, malgrado i rischi, fino all’ultimo momento possibile.

 

La mobilitazione di tutti e a tutti i livelli, in sprezzo della sicurezza di ognuno, ha permesso di salvare più di 2500 bambini, spesso strappati uno per uno agli artigli del nemico, come nel caso di un neonato di 8 mesi rapito da Madeleine Kahn-Meyer dal nido della Tronche a Grenoble.

Katy Hazan, articolo pubblicato in Enfances juives Limousin-Dordogne-Berry, terres de refuge 1939-1945. Diretto da P.Plas e M C Kiener, edito da Lucien Souny, 2006.

 


 

1945 - LA RICOSTRUZIONE

L’ATTIVITÀ DELL’OSE DOPO LA GUERRA

 

 

Cosa è stato dei bambini salvati dall’OSE, dopo il conflitto? Come ne è stata organizzata la cura? Affidati a delle balie, abbandonati o aggrappati a brandelli di famiglia, abbandonano i loro nascondigli e aspettano i loro genitori. Ben presto, le organizzazioni ebraiche che ne hanno garantito la salvezza dovranno arrendersi all’evidenza: i genitori non torneranno.

A soli sei mesi dal passaggio alla clandestinità completa, l’ufficio dell’OSE a Chambéry, l’ultimo ad aver chiuso i battenti dopo l’arresto dei suoi membri, riapre nell’esultanza generale per la Liberazione e gli incontri. Germaine Masour e il suo gruppo ritrovano Julien e Vivette Samuel a Aix-les-bains dove si erano rifugiati dopo l’arresto di Julien[1], mentre i più bei palazzi della città fumavano ancora, incendiati dai tedeschi durante la loro ritirata. Viene deciso che tutta l’équipe dirigente dell’OSE si ritroverà a Lione, capitale della Resistenza, dove già si trovava Georges Garel.

 

La carta di Lione: settembre 1944

Si riuniscono tutti quanti, quelli di Parigi, della provincia e di Ginevra, nell’appartamento di uno dei sopravvissuti, René Borel, non ebreo, dell’ufficio di Chambéry, per ridefinire il cammino e rimettere in funzione la struttura secondo due linee d’intervento. La prima, derivante dalle necessità del conflitto, è il servizio dell’infanzia, diretto da Robert Job aiutato da Ernest Jablonsky (Jouhy), mentre il servizio medico-sociale sarà sotto la responsabilità di Julien Samuel, assistito da Andrée Salomon.

 

Il Comitato direttivo doveva istallarsi a Parigi con a capo Georges Garel, mentre un piccolo gruppo sarebbe rimasto a Lione. Bisogna anche ripristinare i contatti con l’ufficio di Parigi, nel quale domina la personalità del dottor Eugène Minkowski, e preparare la fusione delle due zone.

 

Nel dopoguerra, l’OSE raccoglierà la sfida di tenere unito il gruppo malgrado le tensioni interne, come ad esempio la suddivisione dei compiti all’interno dell’Unione-OSE che mantiene un ufficio a Parigi pur avendo la sua sede centrale a Ginevra.

 

La direzione centrale dell’OSE-France, con residenza a Parigi dal 1944 in rue Spontini, riflette la dualità dei suoi dirigenti: russi non-praticanti e strasburghesi religiosi, laici e tradizionalisti, comunisti e non comunisti. Le due correnti fondatrici, la vecchia guardia russo-polacca di tendenza liberale o rivoluzionaria e “il gruppo di Strasburgo” si conservano dopo la Liberazione come le due teste di un solo corpo, rinsaldate dall’esperienza della guerra e dai rischi assunti per salvare i bambini, senza rivalità particolari ma con la consapevolezza di aver apportato ciascuno la propria esperienza e la propria concezione del Giudaismo.

 

Due personalità di primissimo piano si spartiscono il settore pedagogico. Bô Cohn, il “curato” del gruppo, con la sua figura alta e goffa nel grande mantello nero[2] e i suoi taccuini in cui annota ogni cosa, ne è il responsabile. Ernest Jablonsky-Jouhy, il militante progressista, secondo un’espressione dell’epoca, seguace convinto della nuova pedagogia che aveva sperimentato al castello di La Guette prima della guerra, è l’uomo concreto. Tutto sembrava fatto per dividerli, la loro origine, la loro formazione. Ognuno avrà il proprio posto nell’OSE.

Gli strasburghesi hanno imparato molto dai russi, più avvezzi al lavoro sociale, ma d’altra parte propongono un giudaismo più rigorista e un senso dell’organizzazione più meticoloso.

 

La priorità: ritrovare e raggruppare i bambini

Occorre prima di tutto raggruppare i bambini dispersi lungo il circuito Garel in Francia e restituire loro l’identità. Ma bisogna anche accogliere i bambini che avevano passato clandestinamente la frontiera e di cui la Svizzera non vede l’ora di sbarazzarsi e, nel contempo, cercare di ritrovarne i genitori.

 

Questo compito viene affidato a Germaine Masour e al suo gruppo rimasto a Lione, prima di trasferirsi a Parigi per coordinare il servizio delle riunioni familiari di cui si occuperà fino alla pensione.

 

Grazie a numerosi schedari, il più importante dei quali era stato inviato clandestinamente a Ginevra, a liste in codice e altri documenti nascosti in vari luoghi, Annelise Eisenstadt, ex internata a Gurs, ha l’arduo compito di ricostituire dei fascicoli individuali per ogni bambino contenenti il maggior numero possibile di informazioni su ciascuno di loro. Disporrà ben presto di 5700 schede includenti il nome falso ed il vero e il luogo dove si trova il bambino. Per di più, tutti i bambini entrati in Svizzera come rifugiati (non solo quelli dell’OSE), ossia 2097, sono stati schedati senza distinzione di nazionalità. Queste schede standard si sono rivelate di grande utilità dopo la guerra per ritrovare le loro tracce e metterli in relazione con le loro famiglie vicine o lontane.

  

Al contempo, bisognava filtrare le informazioni che confluivano da ogni parte in seguito alla liberazione dei campi in Germania e che passavano attraverso le organizzazioni internazionali. Un’ex educatrice di origine polacca, Rachel Minc, che parlava e scriveva perfettamente lo yiddish, divenne insostituibile nel ritrovare le famiglie. Fu ribattezzata la “Sherlock Holmes” dell’OSE e infatti falliva raramente. Fu lei a compiere il miracolo quando si trattò di accogliere i 467 giovani di Buchenwald nel 1945.

 

È impossibile calcolare la vastità del compito con il quale dovettero misurarsi le opere ebraiche che avevano contribuito al salvataggio dei bambini. Bisogna rifare il percorso al contrario, subito dopo la liberazione del territorio, in un paese distrutto dalla guerra dove i treni non funzionano e i ponti sono per la maggior parte interrotti. Colpisce il fatto le case create inizialmente aprono prima della fine della guerra come se recuperare i bambini fosse la priorità assoluta, lo sbocco naturale del salvataggio e le opere ebraiche presagissero le difficoltà amministrative e giuridiche che le attendevano. Inoltre, la maggior parte dei funzionari delle case per i bambini, per lo meno nell’immediato dopoguerra, si trovavano nel circuito Garel.

 

La casa di Tolosa per l’OPEJ [Opera di protezione per bambini ebrei] che si occupa di far uscire rapidamente i bambini dai conventi della regione, Moissac e il centro degli EIF sono pronti ad accogliere ognuno un centinaio di bambini nel settembre 1944; la casa di Villard-de-Lans, dell’MNCR [Movimento nazionale contro il razzismo], di ideologia comunista, entra in funzione all’inizio di dicembre del ‘44.

 

L’OSE è l’organizzazione più importante, la meglio strutturata, lavora a un altro livello; nasconde o soccorre all’incirca duemila bambini.

Le vecchie case di guerra, quelle di Montintin e di le Masgelier vengono requisite dai prefetti che le avevano fatte chiudere dopo la dispersione dei bambini. Sono pronte nel novembre 1944 e integrate da nuove a seconda dei bisogni e delle possibilità: si tratta di Poulouzat e Saint-Paul-en-Chablais. Fanno da centri di accoglienza e smistamento in attesa di una attribuzione definitiva[3]. Il ritmo di apertura e il numero di queste case mostrano la vastità dell’impresa: 13 case poi divenute 25 tra settembre 1944 e la fine del 1945 aperte in provincia e nella regione di Parigi grazie a Marc Schiffman. Ciononostante, l’OSE riconosce, nel giugno del ‘45, di aver registrato ancora 1100 bambini dispersi presso famiglie non ebree.

 

Il periodo della Liberazione fu il tempo delle possibilità, adulti e bambini sono trasportati dallo stesso entusiasmo e dalla stessa voglia di rivivere. Fu un periodo breve ma pieno di audacia. Così, due ragazze dell’OSE di non più di ventidue anni decidono di aprire una casa ad Oullins vicino a Lione per una trentina di bambini che erano in loro custodia, scatenando le ire del direttore che le tratta da irresponsabili. Si tratta di Margot, futura moglie di Bô Cohn, e della sua compagna di avventure e disavventure, Gaby Wolff, la “Niny” dei bambini di Buchenwald. Originarie dello stesso paesino in Alsazia, nulla le avrebbe indotte al lavoro sociale se non la guerra e gli avvenimenti nel circuito Garel.

 

Margot ricorda perfettamente la liberazione della città: era il 2 settembre 1944, alcuni giorni prima di Roshashanà (il Capodanno ebraico), i ponti erano stati fatti saltare. Mi ero interessata affinché tutti i bambini del mio settore potessero passare le feste presso delle famiglie ebree. Non avendo cuore di mandarli via, cerca una casa di cui paga lei stessa il primo affitto. Questa casa viene ben presto rimpiazzata da quella dei Samuel che fondano l’Hirondelle [la Rondine] qualche metro più in là.

 

In particolare, il Limousin, che è stato un luogo di salvataggio strategico sia per la collocazione geografica che per la mobilitazione di cui si è già parlato, diventa nell’immediato dopoguerra una piattaforma girevole per il recupero dei bambini che arrivano a piccoli gruppi. È Edmond Blum, direttore regionale dell’OSE, a dare inizio ai lavori subito dopo la liberazione del territorio nel 1944. Quindi Félix Goldsmith, che aveva lavorato da solo nell’Indre per salvare gli ebrei soprattutto dal campo di Douadic in collaborazione con il rabbino Deutsch, si mette al servizio dell’OSE, al suo ritorno dalla Svizzera nel ’45 per dirigere l’ufficio di Limoges prima di diventare direttore della casa per i bambini a Versailles. Viene aiutato da una serie di assistenti sociali come Laure Muller e Friedel Levy che perlustrano il dipartimento in bicicletta cercando le tracce dei bambini, recuperandoli dalle fattorie, dalle congregazioni religiose, dagli internati e persino da alcuni campi. Félix Goldsmith, per esempio, è intervenuto a nome dell’OSE nel campo di La Chauvinerie, vicino a Poitiers, dove erano internati, insieme ai prigionieri tedeschi, una quarantina di ebrei tedeschi tra i quali c’erano dei bambini e di cui alcuni erano stati rimpatriati da Auschwitz (nel 1945 il campo conta 3695 internati in condizioni spaventose derivanti dalla disonestà dei guardiani e del capo del campo).

 

Anche a Limoges, fuori dalla città, è stata aperta nel 1945, dall’associazione «dell’assistenza medica ai rifugiati dell’Europa centrale», una casa sovvenzionata direttamente dal Joint e controllata dall’OSE. Si tratta di un nido per bambini dai 2 ai 4 anni che l’OSE non poteva tenere nelle proprie case dove ogni gruppo era legato a una sorvegliante esperta del metodo montessori[4]. L’OSE stessa apre una casa per i più piccoli a Meudon con quel metodo, diretta da due giovani internate volontarie di Rivesaltes, Jacqueline Levy-Geneste e Simone Weill-Lipman.

 

Recuperare i 1900 bambini del circuito Garel[5], nascosti presso singole famiglie o istituzioni costituisce l’obbiettivo prioritario. Ma le difficoltà, in questi tempi di penuria, sono innumerevoli. Come annotato in un bollettino dell’Unione-OSE, manca tutto: letti, stoviglie, biancheria, vestiti[6]. In una delle scuole i vestiti sono distribuiti per turni affinché i bambini possano andare a scuola quattro volte a settimana. I bambini del Masgelier mancano di scarpe[7]. Inoltre, visto che sussistono le restrizioni, le tessere annonarie sono indispensabili: ora, i bambini arrivano a gruppi, senza documenti d’identità e sotto falso nome. Infine la riparazione delle case, spesso danneggiate o abbandonate, necessita di materiali e manodopera difficili a trovarsi, se si eccettua la manodopera dei prigionieri di guerra tedeschi.

 

I bambini stanno in classi di fortuna che restano in funzione tutta l’estate per recuperare il tempo perduto, corsi di ogni livello per ogni età, sia per i grandi che vogliono prendere la maturità, a Poulouzat, che per i più piccoli.

 

Ecco cosa ci dice Marianne, una delle educatrici di le Masgelier: «Abbiamo cento bambini, 33 dei quali sono piccolissimi, gli altri vanno dagli 8 ai 14 anni. Abbiamo in tutto 3 educatori, 2 stagisti, una donna delle pulizie ed un’istruttrice di educazione fisica (…). La privilegiata della casa è la scuola (…) Abbiamo 3 classi molto piene, soprattutto quella dei corsi preparatorio ed elementare riuniti. Ogni alunno ha una cartella fatta di vecchia stoffa per materassi con tutto il materiale necessario, libri e quaderni. I nostri bambini hanno recuperato presto l’amore per la scuola e mostrano un desiderio abbastanza forte di imparare (…) » [8]. Alla fine del 1945, i bambini tornano con le loro educatrici nella regione di Parigi a Mesnil-le-Roi.

 

Cosa è stato delle case di guerra dopo il 1945?

Le Masgelier è messo a disposizione dell’Alyah des Jeunes, organo dell’Agenzia ebraica per l’emigrazione in Palestina. Il castello accoglie dei giovani in transito, senza patria, spesso di origine polacca, arrivati soprattutto dopo il pogrom di Kielce del 1946. La loro è una storia stupefacente. I nuovi ospiti del Masgelier parlano russo, poiché i loro genitori, avendo fatto l’errore di scegliere la nazionalità polacca, sono stati deportati in Siberia in occasione della spartizione della Polonia nel 1939 e separati dai figli che sono stati alloggiati in case russe. Quindi, i bambini hanno raggiunto da soli la Polonia e sono stai presi in carico da organizzazioni sioniste. Hanno un’età compresa tra i 3 e i 6 anni, ma dimostrano una maturità ed una disciplina che ne facilitano l’adattamento. I corsi si svolgono in ebraico secondo un programma stabilito dall’OSE in accordo con l’Alyah dei giovani.[9]

 

Montintin, invece, è stato affittato da un movimento giovanile pionieristico della sinistra sionista, il Dror. Ma la casa è male attrezzata ed ai bambini manca tutto. Fanny Loinger si occupa del guardaroba, ma spesso gli arrivi dal nuovo mondo non corrispondono ai bisogni dei bambini. Un rapporto del dottor Mendel sulle case di transito lancia un allarme sulla situazione sanitaria.

 

Dalla provincia alla regione di Parigi

Come si è visto, le prime case sono requisite dai prefetti o affittate a vecchi collaboratori che cercano di farsi dimenticare. Il centro della Borie vicino a Limoges[10], ad esempio, che accoglie in particolare ragazze in età post-scolare, è un castello completamente ammobiliato per dei miliziani che non hanno avuto il tempo di abitarlo.

 

Molte si trovano nella regione di Lione. Quella di Collonges-au-Mont-d’Or, nei dintorni di Lione, viene affittata ad un vecchio collaboratore che la cede al completo con l’intero mobilio di gran lusso.

 

Altrove avviene il contrario: un elemosiniere ebreo dell’esercito americano si da da  fare per alloggiare nel castello di Méhoncourt nella Sarthe una trentina di bambini ebrei[11] abbandonati. L’OSE lo sostituisce e vi raduna 72 bambini dispersi nel dipartimento dai vari nuclei. Il castello è appartenuto ad un notabile ebreo della città, peraltro presidente dell’UGIF del Mans. Quindi, vi si stabilisce l’esercito tedesco che coesisteva con la famiglia confinata in una stanza. Uno dei bambini intervistati racconta che il castello contiene molte tracce del passaggio dei tedeschi: graffiti e disegni sulle pareti e soprattutto una gran quantità di bossoli e di armi disseminati nel parco.

 

Il castello di Ferrières, nel Seine et Marne viene momentaneamente concesso in prestito dai Rothschild. I bambini scopriranno nel sottosuolo la cantina dei vini e se ne serviranno abbondantemente per fare scambi o giocarvi con i proiettili inesplosi che si trovavano ancora nel parco.

Le prime case, tutte situate in luoghi spesso isolati, lontano da trasporti e scuole, non sono più adatte. Bisogna raggruppare i bambini e trasferirli progressivamente nella regione di Parigi.

 

La diminuzione degli effettivi (nel 1946, i giovani tra i 14 e i 18 anni rappresentano il 41% dell’insieme), le esigenze del Joint (non provvedere a ragazzi oltre i diciotto anni o bambini aventi uno o due genitori) che forniscono il 60% dei finanziamenti necessari al mantenimento delle case, riducono del 25% il budget dell’OSE e determinano raggruppamenti e chiusure nel 1948. questo spiega l’emancipazione degli adolescenti, spesso già dai 17 anni se hanno un mestiere (ricordiamo che allora la maggiore età era di ventuno anni).[12] I primi anni la maggior parte dei giovani ha fretta di guadagnare dei soldi e distaccarsi dalla collettività. Ma questa emancipazione troppo rapida è spesso vista come un disinteressamento, se non addirittura un abbandono per il fatto che non è stata prevista nessuna struttura di transizione[13].

 

La maggior parte dei bambini è nella fascia di età 6-18 anni, ma l’OSE si è occupata dei più piccoli e dei più grandi. Per loro c’è il pensionato Pauline Godefroy al Vésinet e due innovazioni degne di nota: la casa degli studenti della rue Rollin a Parigi aperta alla fine del ‘45 per accogliere i più grandi tra ragazzi provenienti da Buchenwald; per i casi più difficili, inizia nel 1956 un esperimento originale, il pensionato della Voûte, appartamenti terapeutici, diretti da Hélène Weksler[14].

 

Gli orientamenti generali: il minimo OSE

Sono due i tipi di problema derivanti dall’ambivalenza dell’istituzione, la cui attività oltrepassa di molto il soccorso all’infanzia. Che ruolo può avere, attraverso il suo programma d’azione, nella ricostruzione di una comunità colpita fin nelle sue fondamenta? Come passare da una fase di assistenza e filantropia essenziale nel dopoguerra ad un contributo generale di solidarietà? Quali proporzioni mantenere tra azione medica e azione sociale? Cosa preferire nel sistema educativo delle case? Quale spazio riservare alla vita ebraica? Infine, basandosi sulle difficoltà incontrate, quali mezzi prescegliere per un migliore funzionamento delle case?

 

Le grandi linee non sono molto diverse da quelle delle altre opere. Si tratta di ritrovare i bambini nascosti, permetter loro di ricostituirsi attraverso il rafforzamento della loro identità ebraica, dare loro gli strumenti per trovare un posto nella società e selezionare un’élite intellettuale: un programma ambizioso.

 

Si basano su concetti semplici, anch’essi molto diffusi all’epoca. Le case sono solo un ripiego rispetto all’ambiente familiare che è la collocazione naturale del bambino e tale deve rimanere.

 

Nel 1946, il 39% dei bambini dell’OSE hanno un genitore, il padre (27%) o la madre (12%)[15]. La collettività, per il suo carattere artificiale, non prepara in modo adeguato alla vita quotidiana. L’OSE, come altre opere, crea un servizio speciale di orientamento professionale per i ragazzi che hanno terminato la scuola e non preme perché i giovani proseguano gli studi pur incoraggiando coloro che conseguono buoni risultati.

 

La differenza delle case dell’OSE sta nella ferma volontà di preservare l’individualità di ogni bambino[16]. Questa differenza fa parte integrante del carattere ebraico dell’educazione e deve rimanerne il filo conduttore. Di cosa si tratta esattamente? I testi parlano di “minimo OSE”, ossia dare ai bambini la coscienza di essere ebrei e poi lasciare loro la libertà di scelta. Questa consapevolezza di appartenenza al giudaismo passa sia per lo studio della lingua dei testi antichi, e quindi dell’ebraico, della storia, della cultura sia per l’istruzione religiosa. Ma non deve assolutamente intralciare l’integrazione nella collettività nazionale. Da questo derivano la grande ricchezza culturale nelle case e i metodi educativi inediti.

 

Le altre attività

Nel 1947, i primi tagli al budget impongono una riorganizzazione consistente in una riduzione drastica del numero dei collaboratori[17] e delle case. Inoltre il dipartimento per l’infanzia e quello medico-sociale diventano autonomi. L’originalità dell’OSE sta proprio in questa interazione.

 

Infatti l’aiuto all’infanzia prosegue con un’azione medico-sociale attraverso una rete di dispensari e centri sociali situati nella maggior parte delle città nelle quali si trovano dei rifugiati. Questa struttura si restringe gradualmente alle grandi città. Quindi solamente alla regione di Parigi e a Marsiglia.

 

L’OSE, associazione proclamata il 13 giugno del ’45 e riconosciuta di pubblica utilità da un decreto del 1951, possiede un centro medico con più specializzazioni, tra i quali un laboratorio di protesi, un giardino d’infanzia per madri sole, un servizio medico-pedagogico per bambini instabili, colonie sanitarie per bambini bisognosi e centri di accoglienza per le popolazioni in transito.

 

Nel 1946, nei dispensari si sono visti 20 000 bambini. Soggiorni di tre o quattro mesi presso delle famiglie in Danimarca vengono organizzati con l’intervento della Mutua Assistenza francese per “rimettere in sesto” i bambini bisognosi che vivono con le loro famiglie.[18]

 

L’altra particolarità dell’OSE è l’introduzione dell’educazione fisica e della ginnastica medica nelle sue case. Questa iniziativa d’avanguardia è realizzazione di un uomo, Georges Loinger, il cui operato risale alla guerra. Propone un piano di formazione di insegnanti educazione fisica nella scuola di Gournay e un club, Sport et Joie [Sport e Felicità] per rendere popolare quest’attività. Ancora una volta, furono le esigenze del budget a decretare la fine della sua iniziativa[19].

 

I nuovi orientamenti

L’inizio degli anni ’50 coincide con gravi problemi finanziari dovuti al ritiro prima del previsto del Joint e alla difficile attuazione del Fondo Sociale. Rimangono attive solo otto case che operano per fasce di età: Dravel per i bambini nati tra il 1932 e il 1940, Saint-Germain en Laye e il pensionato Pauline Godefroy del Vésinet, chiuso nel 1956, per i più grandi, Taverny per i più religiosi, Fontainebleau che dopo il 1955 sarà utilizzato solo come colonia di vacanze e soggiorno di riposo per persone anziane. Quelle della provincia sono state raggruppate ad Haguenau nel Basso-Reno e à Saint-Genis-Laval nel Rhône (questa casa è stata venduta nel 1979). La casa per le persone rigorosamente osservanti  di Versailles deve la sua sopravvivenza fino al 1962 all’azione di un gruppo di amici dell’OSE ancorati all’ebraismo tradizionale.

 

In questo periodo anche il lavoro dell’OSE si trasforma giacché gli orfani sono diventati una minoranza (37%). Nel giugno 1949, l’OSE ha ancora 12 case che ospitano 550 bambini vittime della guerra (di questi, 150 sono orfani di guerra). L’attenzione dell’organizzazione si concentra su altri bambini, considerati come “casi sociali”, che vengono soprattutto da Egitto e Nord-Africa con le loro famiglie e pongono problemi di nuovo genere. Ci stiamo avviando verso la messa in opera di un servizio sociale vero e proprio allestito da Vivette Samuel[20]. La sua esperienza con bambini vittime della guerra dimostra che un processo educativo degno di questo nome non deve solamente reinserirli nella vita normale, ma anche intraprendere un percorso di recupero dell’identità.

 

Per concludere

Il bilancio disilluso di J. Cohn alla conferenza nazionale del 1940 permette di comprendere le difficoltà: pensavamo che sarebbe stato facile formare tutti i bambini ai grandi ideali di giustizia ed umanità per dare loro un’educazione universale e completa di uomini e di ebrei. Cinque anni dopo, ci siamo scontrati con la realtà: non abbiamo cambiato il mondo, abbiamo gestito il quotidiano.

 

Vorrei ancora segnalare alcuni contrasti che, per quello che mettono in gioco, forniscono qualche elemento di risposta.

Il contrasto tra la generosità dei progetti, l’utopia messianica della costruzione di un uomo ebreo nuovo e la realtà più prosaica di un futuro poco roseo. Vi è, in questo immediato dopoguerra, l’illusione che tutto sia possibile, che queste case rigenereranno i bambini della Shoah, che i bambini sono come “carta assorbente, spugne che si impregneranno del progetto collettivo”.

 

Il contrasto tra le realizzazioni importanti se non addirittura insostituibili e i rimproveri, talvolta a cinquant’anni di distanza, di alcuni ex ospiti presso le case dei bambini secondo i quali non sempre si è saputo dare il giusto peso al loro malessere di figli di deportati. Molti evocano commossi il calore fraterno delle case dei bambini, i vantaggi della vita in comunità, la ricchezza culturale di cui hanno potuto approfittare, ma anche le frustrazioni e in particolare quella di non essere stati ascoltati o uditi, o entrambi.

 

Perché un tale scarto? Non è forse dovuto alla ricostruzione della memoria? A un regolamento di conti comune a qualsiasi relazione pedagogica, dato che non esiste figlio che non abbia nulla da rimproverare ai propri genitori? Ma, appunto, non ci sono genitori e niente può sostituirli.

 

Se si cerca di decriptare questo malessere, ci si accorge che esso non è per forza collegato alla casa dei bambini, ma al bisogno di liberarsi di una sofferenza che non riuscivano ad esprimere allora. La casa dei bambini ha, anzi, permesso loro di appartenere ad un gruppo, una collettività di bambini che avevano subito lo stesso destino. Questa fratellanza implicita si è rivelato il fattore più positivo della loro costituzione e molti di quelli che sono stati accolti da zii e zie e hanno avuto esperienze disastrose, hanno successivamente rimpianto la collettività  soprattutto per questa ragione.

 

Gli educatori parlano di bambini inibiti, chiusi, barricati dietro un’apparenza di normalità  che non lasciava trasparire nulla. I bambini, che oggi sono nonni, ricordano il loro bisogno di essere come gli altri, ma anche il loro smarrimento di fronte ad adulti che ripetevano loro che erano fortunati, vivi e non avevano diritto di lamentarsi.

 

All’epoca, a torto o a ragione, non bisognava parlare dei genitori scomparsi, della separazione, della loro vita durante la guerra, dei campi; bisognava dimenticare, guardare risolutamente all’avvenire. A che pro riaprire le ferite quando una delle ragioni per cui esistevano queste case era cercare di farle cicatrizzare?

 

Il tempo del silenzio ha lasciato il posto alla parola. Pare sia necessaria una generazione biblica, quarant’anni, per accettare la morte dei propri cari: quarant’anni, la metà di una vita.

Katy Hazan, «L’azione dell’OSE dopo la guerra» in Enfances juives Limousin-Dordogne-Berry, terres de rifuge 1939-1945. Diretto da P.Plas e M C Kiener, edito da Lucien Souny, 2006.

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[1] Julien Samuel è scampato miracolosamente alla deportazione saltando con Jacques Salon dal treno che li  portava alla prigione di Montluc a Drancy.
[2] Secondo la moglie, è stato proprio quest’aspetto da curato ad averlo salvato durante i controlli.
[3] Alcune come La Chaumière, vicino a Saint-Paul-en-Chablais sopra Evian, o Saint-Quay-Portrieux nelle Côtes-du-Nord diventano colonie di vacanze; mentre Masgelier nella Creuse, riaperto nel settembre del 1944 diventa un centro medico-sociale, un sanatorio per bambini fragili, approvato dal Ministero della Sanità e della Previdenza sociale, ed è dotato di 120 letti  nel 1949. Viene integrato da una colonia salutare di vacanze nel Mans.
[4] Archivi Yivo
[5] Stando al verbale della riunione del 21 settembre1944, il circuito A includeva all’incirca 1100 bambini, il circuito B 800. Questa cifra varia perché se i genitori venivano a prendere i bambini, ne arrivavano continuamente altri abbandonati.
[6] Archivi AIU, estratti dal Bollettino d’informazione dell’Unione-OSE di aprile-giugno1945 sull?attività dell’OSE in Francia.
[7] La lista dei bambini del Masgelier che furono trasferiti nel novembre 1945 ai Glycines segnala i numeri dal 28 al 43.
[8] Bollettino OSE, giugno 1945
[9] Si tratta di 174 bambini e 168 bambine per i quali l’azione dell’OSE  si svolse su due livelli: l’alloggiamento e sorveglianza medica. 
[10] Di fatto sarà la S.ra Nathanson, capo degli educatori, ad assumerne la direzione dopo Robert Lévy. Da Bollettino OSE, giugno 1945.
[11] L’estratto del registro delle deliberazioni del consiglio municipale del 31 ottobre 1945 mostra che dopo la  liberazione del Mans, l’esercito americano ha riunito tutti i bambini ebrei della regione in una colonia situata nel castello di Méhoncourt; indica anche che la somma anticipata dall’esercito americano, 133 500 franchi, sono state rimborsate dalla città.
[12]Le emancipazioni avvengono al ritmo delle restrizioni del budget. La prima,  quella del 1947,  porta all’emancipazione di 166 adolescenti. In seguito l’OSE  farà marcia indietro.
[13] Fatta eccezione per i pensionati dell’SSJ [Servizio sociale ebraico] (vedi capitolo sugli EIF) e quello della via Guy Patin, diretto da Samuel e preso in carico alla fine degli anni ’50 dall’FSJU [Fondo sociale ebraico unificato].
[14] Lei stessa deportata ad Auchswitz a quattordici anni, si investe nel lavoro sociale al suo ritorno. Sposò un ex-OSE, Maurice Weksler, che intraprese degli studi di  medicina mentre abitavano alla Voûte. Vedi il suo itinerario nel I°cap. della 5ª parte.
[15] Rapporto sulle attività del 1946, relazione di Job sulle case dei bambini, p.6.
[16] Relazione di Job sulle case dei bambini,  nel rapporto sulle attività del 1946.
[17] Le cifre sono significative: vi erano 810 persone nel settembre del 1945; due anni dopo sono la metà, 487 nel luglio 1947 e 359 nel novembre dello stesso anno.
[18] Uno di loro ha ricordato per noi la gentilezza della famiglia che l’ha ospitato e soprattutto la raffinatezza e l’abbondanza degli alimenti volti a fargli acquistare peso; prese 7 kg con grande soddisfazione di tutti. Intervista con Henri Ostrowiescki, giugno 1995.
[19] Vedi la sua biografia nella prima parte, cap. 2 e il programma della scuola di Gournay nella formazione dei quadri, 5ª  parte, cap. 1.
[20] Intervista dell’aprile 1995.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

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